CALVI: TESORO NON SUO, DICE LEGALE DI BERTI (2)
CALVI: TESORO NON SUO, DICE LEGALE DI BERTI (2)

(Adnkronos) - Lo spagnolo -prosegue il racconto- dice di rappresentare sei entita' che hanno messo insieme un patrimonio di 2.200 milioni di dollari. Capitali da esportare o investire all'estero per una precaria situazione politica: c'era la paura del comunismo. I soldi erano gia' al sicuro in vari paradisi fiscali. L'operazione e' complessa, ma Berti puo' farla, grazie al suo spessore di finanziere internazionalmente riconosciuto. Lui agisce come manager e non percepira' alcun onorario, mentre Inneclesia intaschera' lo 0,10 per cento dei profitti.

Berti fornisce a Figueroa tre o quattro conti correnti sicuri in vari stati, che potrebbero essere Panama, Andorra, Liechtenstein, Lussemburgo, e la Svizzera. Ora si tratta di trasferire il denaro, ma qui sorge un intralcio: alcuni impegni presi non vengono rispettati tempestivamente ed i soldi tardano ad arrivare a Caracas. Berti chiama monsignor Donato de Bonis, allora segretario di Paul Marcinkus il responsabile dello Ior, per lamentarsi dei contrattempi. Presumibilmente, de Bonis, che allora non aveva una carica direttiva, informa chi conta in quel momento: Marcinkus, il cardinale Giuseppe Caprio (allora a capo della Prefettura affari economici della Santa Sede) ed il cardinale Giovanni Benelli.

Dopo laboriose trattative i soldi arrivano a Caracas. Li' uno studio legale individuato da Berti, crea una societa' apposita nella quale confluisce il denaro che ora e' pronto ad essere investito. Questo accade a New York, dove tramite broker diversi, per dare meno nell'occhio, si comprano titoli azionari piu' che tranquilli. Un rendimento basso ma sicuro. Una volta investito, il denaro ritorna, tramite gli stessi broker, in forma di certificati, alla societa' costituita a Caracas. (segue)

(Gia-Liv/Zn/Adnkronos)