SAVOIA: I GIOIELLI DELLA CORONA? LA FAMIGLIA NON NE HA DIRITTO
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SAVOIA: I GIOIELLI DELLA CORONA? LA FAMIGLIA NON NE HA DIRITTO
CAIANIELLO, PATRIMONIO DELLO STATO - ESPONIAMOLI AL QUIRINALE

Roma, 15 nov. (Adnkronos)- I Savoia rivogliono dallo stato italiano i gioielli custoditi nei forzieri della Banca d'Italia? La loro non e' una pretesa legittima. ''Il tesoro che Umberto II fece depositare nel caveau di via Nazionale prima di lasciare l'Italia e' patrimonio dello Stato''. Lo ha sottolineato il presidente emerito della Consulta Vincenzo Caianiello, auspicando anche che esso possa al piu' presto essere degnamente esposto al Quirinale.

E a smentire Maria Gabriella, che in una intervista con il settimanale francese ''Point de vue'' ha affermato che quelle gioie sono di proprieta' della famiglia, beni personali dunque, c'e' lo stesso documento in carta da bollo da 12 lire, redatto il giorno in cui il ministro della Real Casa su ordine del re porto' al governatore Luigi Einaudi la preziosa cassa. ''L'anno del 1946, il 5 giugno, alle ore 17 nei locali della Banca d'Italia, via Nazionale n.91 -vi si legge- si e' presentato il signor avvocato Falcone Lucifero, nella sua qualita' di reggente il Ministero della Real Casa con l'assistenza del Grand'Ufficiale Livio Annesi direttore capo della Ragioneria del Ministero suddetto. L'avvocato Falcone Lucifero dichiara di aver ricevuto incarico da sua maesta' re Umberto II di affidare in custodia alla cassa centrale della Banca d'Italia per essere tenuti a disposizione di chi di diritto gli oggetti preziosi che rappresentano le cosiddette 'gioie di dotazione della Corona del Regno', che risultano descritti nell'inventario tenuto presso il ministero della Real Casa e che qui di seguito si trascrivono''.

''Punto chiave -ha spiegato Caianiello- e' laddove si parla appunto di 'gioie in dotazione della Corona del Regno'''. Un passaggio questo, ha osservato il giurista, che toglie ogni dubbio circa l'appartenenza allo stato del tesoro. I beni che componevano la dotazione della Corona erano infatti annoverati dalla legislazione del Regno nella categoria dei beni non disponibili dello Stato, appartenenti quindi allo Stato e assegnati al re per l'adempimento delle sue funzioni, cioe' posti al servizio dell'ufficio del sovrano, non della sua persona. Una distinzione prevista dallo Statuto Albertino e da due successive norme, una del 1850 e una del 1905. Al di la', dunque, anche del dettato della XIII disposizione della Costituzione repubblicana che oltre a prescrivere l'esilio per il sovrano e i suoi discendenti, avoco' allo stato tutti i loro beni esistenti sul territorio nazionale. (segue)

(Iac/Pe/Adnkronos)