DIABETE: PREVENZIONE NEI TOPI CON UN FRAMMENTO DI INSULINA
DIABETE: PREVENZIONE NEI TOPI CON UN FRAMMENTO DI INSULINA

Denver, 20 feb. (Adnkronos Salute) - Un peptide che corrisponde a un frammento di insulina somministrato per via intranasale o sottocutanea a topi predisposti geneticamente a sviluppare diabete insulino-dipendente (IDD) permette, nella maggior parte dei casi, di prevenire la comparsa della malattia negli animali, secondo quanto riporta uno studio americano che apre la strada a una strategia di prevenzione.

Tale strategia si basa sul fatto che nel diabete insulino-dipendente, malattia autoimmune, nel paziente si trovano anticorpi contro antigeni pancreatici, tra i quali (da cui) l'insulina. Questi anticorpi anti-insulina sono presenti molti anni prima della manifestazione della patologia.

Studi preliminari sull'animale e sull'uomo hanno suggerito che la somministrazione profilattica di insulina potrebbe prevenire la comparsa del diabete.

Dylan Daniel e Dale Wegmann dell'universita' di Denver hanno identificato la regione dell'insulina piu' antigenica, il frammento B-(9-23). Nel modello murino che riproduce la malattia umana con la sua componente anti-insulina, i ricercatori hanno somministrato il peptide sia per via intranasale sia per via sottocutanea.

Con una sola iniezione sottocutanea negli animali che non hanno ancora sviluppato il diabete, soltanto il 10% di questi animali e' divenuto diabetico nello spazio di 40 settimane, mentre lo e' divenuto il 90% di quelli che avevano ricevuto un peptide ''controllo''.

Risultati simili sono stati osservati con la somministrazione intranasale ogni 4-5 settimane.

Gli autori concludono sottolinenando l'interesse di questa strategia nell'applicazione sull'uomo in individui considerati a rischio di sviluppare un IDD.

Il meccanismo per cui l'insulina o il suo frammento B-(9-23) conferisce questa protezione contro lo sviluppo ulteriore della malattia non e' ancora chiaro, ma sembra implicare i linfociti T, secondo quanto ritengono i ricercatori americani.

(PNAS, vol. 93, n. 2, pagg. 956-960)

(Red/Adnkronos Salute)