Napolitano: "Mito dell'Urss stato prigione dalla quale il Pci doveva liberarsi"

ultimo aggiornamento: 09 giugno, ore 09:57
Il capo dello Stato in un'intervista rilasciata alla 'Gazeta Wyborcza' pubblicata oggi su 'Repubblica': nel 1956 l'appoggio all'intervento sovietico "fu un errore grave e clamoroso del gruppo dirigente, a partire da Togliatti".


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Roma, 9 giu. (Adnkronos) - "Il sentiero della mia vita e' un processo passato attraverso prove ed errori. Sono partito dagli ideali che in gioventu' ho sposato, piu' che per scelta ideologica, per impulso morale e sensibilita' sociale, guardando alla realta' del mio Paese. Nell'arco dei decenni, ho cercato di andare al di la' degli schemi entro i quali all'inizio era rimasta chiusa la mia formazione. Ho attraversato delle revisioni profonde, molto meditate e intensamente vissute". Lo dice Giorgio Napolitano in una intervista alla 'Gazeta Wyborcza' pubblicata oggi su 'Repubblica' alla vigilia delle visita del capo dello Stato in Polonia.

Napolitano parla del "periodo in cui ero membro attivo di un Partito Comunista che non era un partito stalinista come molti altri in quanto aveva una fondamentale matrice antifascista e democratica e comprendeva forti componenti liberali, ma era pur sempre nato nel solco dell'Internazionale comunista, e quindi portava nel suo Dna il mito dell'Unione sovietica e il legame col movimento comunista mondiale. Questi elementi originari, a un dato momento, sono diventati una prigione dalla quale il Pci doveva liberarsi".

Il capo dello Stato ricorda il '56, l'appoggio all'intervento sovietico a Budapest: "Innanzitutto fu una tragedia, anche per il Pci, un errore grave e clamoroso del gruppo dirigente, a partire da Togliatti. Poi, anche prima che si ammettesse l'errore, si comprese la lezione: per cui, quando nel 1968 (Togliatti era gia' deceduto da 4 anni) ebbe luogo l'intervento armato dell'Urss e degli altri paesi del blocco sovietico in Cecoslovacchia, il Pci ufficialmente si schiero' contro quell'intervento".

Poi passa agli anni '70, ai rapporti tra Pci e dirigenti sovietici: "In quel periodo iniziarono forti tensioni. C'era una grande preoccupazione tra i dirigenti sovietici che, se non accusarono il Pci di tradimento, poco ci manco'. In quel periodo venne pubblicata in Italia la storia dell'Unione Sovietica di Giuseppe Boffa, uno storico comunista italiano. Nell'Urss venne tradotta solo per i membri del comitato centrale, perche' si pensava che solo le persone 'vaccinate' potessero leggerla (fu poi Gorbacev che la fece pubblicare normalmente). La direzione del Pcus elaboro' un documento nel quale alcuni dirigenti del partito italiano furono accusati, insieme a Boffa, di antisovietismo. Tra quei nomi c'era anche il mio. Per fortuna vivevo in Italia".

Il capo dello Stato si sofferma anche su alcuni protagonisti della vita politica italiana, Gramsci, Togliatti, Silone e Berlinguer: "Era arrivato fin sull'orlo della rottura con il Pcus, ma li' si fermo'. Penso che temesse che il Pci, un grande partito di massa e popolare, se avesse in qualche modo rinnegato la propria origine, si sarebbe diviso e disgregato. A mio avviso, il grande equivoco fu quello del carattere rivoluzionario del partito. Secondo questa visione mitica, il partito non poteva rinunciare all'idea di un'altra societa', di un altro sistema. Berlinguer, che pure era profondamente legato a tutte le conquiste democratiche e che dimostro' di difenderle tenacemente quando esse, in Italia, erano in pericolo, riteneva che il Pci dovesse essere portatore di una idea (o di una utopia) di un diverso sistema economico e sociale, di un socialismo radicalmente alternativo al capitalismo".

Napolitano ricorda che "Berlinguer manifesto' un grandissimo coraggio, quando nel 1977 ando' al congresso del Pcus a Mosca per dire (e' una sua frase famosa) che 'la democrazia e' un valore universale'. L'affermazione fu un colpo fortissimo all'edificio ideologico, propagandistico, creato intorno all'Urss. Ma Berlinguer esito' a trarne tutte le conseguenze". E lei, quando ha pensato che il modello sovietico non era quello che ci voleva? "A partire da Dubcek: la Primavera di Praga fu per me assolutamente rivelatrice".


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