''In questa storia ho perso 26 anni di vita''

Rizzoli: ''Agnelli e Bazoli non potevano non sapere della mia innocenza''

ultimo aggiornamento: 15 maggio, ore 19:33
Roma - (Adnkronos) - L'ex editore ricostruisce con l'ADNKRONOS l'intricata vicenda della cessione della pi importante azienda editoriale italiana e del suo gioiello pi prezioso, il Corriere della Sera, "svenduto al miglior offerente"
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Roma, 15 mag. - (Adnkronos) - Agnelli e Bazoli, e con loro gli altri "beneficiari" del fallimento della Rizzoli, "non potevano non sapere della mia estraneita' sul dirottamento dei fondi" destinati al salvataggio dell'azienda. Angelo Rizzoli, in un'intervista alla ADNKRONOS, ricostruisce l'intricata vicenda nella quale, dice, "ho perduto 26 anni di vita" e con essi, "con una discutibile applicazione della legge", la piu' importante azienda editoriale italiana e il suo gioiello piu' prezioso, il Corriere della Sera, "svenduto al miglior offerente". Sul fronte familiare, poi, ricorda ancora Rizzoli, "ho perso mio padre, Andrea, morto per crepacuore dopo il mio arresto e mia sorella, Isabella, suicida perche' la Procura di Milano l'aveva minacciata di arresto".

"Questa e' una domanda che va fatta alla loro coscienza, ammesso che ne abbiano una", dice Rizzoli, ricordando il ruolo di Gianni Agnelli, che con la Fiat era nella cordata che rilevo', "per pochi soldi" la Rizzoli, e quello di Giovanni Bazoli, all'epoca presidente del Nuovo Banco Ambrosiano, sorto nel 1982 dopo il disastro del 'vecchio' Ambrosiano di Roberto Calvi, e che diresse la cessione della Rizzoli-Corriere della Sera. Dopo una breve pausa, per pesare le parole, Rizzoli aggiunge: "Io credo che non potessero non sapere".

"Perche' le notizie sul dirottamento dei fondi dal Banco Ambrosiano destinati alla Rizzoli e poi in qualche modo finiti invece alla Banca Rotschild e poi su paradisi fiscali di vari Paesi erano gia' uscite nell'estate del 1981", ricorda Rizzoli. Notizie, sostiene, che stabilivano la sua estraneita' alla vicenda, "al punto che il presidente del Consiglio dell'epoca, Spadolini, e il ministro del Tesoro, Andreatta, mi convocarono a Roma, a casa del senatore Manzella, all'epoca segretario generale di Palazzo Chigi, per pormi una serie di domande su queste vicende. Quindi, se lo sapevano loro, presumo che lo sapessero anche altri".

"Sicuramente lo sapeva il comando della Guardia di Finanza che aveva fatto le indagini -continua Rizzoli- quindi, chi e' venuto dopo, ha accusato me di essermi appropriato di quei fondi, ma doveva sapere bene che io ero assolutamente estraneo, perche' questo era gia' stato ammesso, sia da Spadolini che da Andreatta, che non a caso chiesero di incontrarmi riservatamente, proprio perche' io non potevo in alcun modo essere considerato un imputato".

"Poi -aggiunge- e' emerso con chiarezza dall'indagine, che io di quei soldi non ho toccato una lira, tanto e' vero che sono stato prosciolto subito. Evidentemente, notizie e informazioni c'erano, poi non c'e' peggior sordo di chi non vuol sentire". Angelo Rizzoli si sofferma anche sul ruolo di Piero Schlesinger, nominato dal Nuovo Banco Ambrosiano presieduto da Bazoli alla guida della Centrale Finanziaria di Roberto Calvi, trovato morto due mesi prima sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra. "Schlesinger era il mio avvocato e lui sapeva e poi, a settembre del 1982, diventa presidente della Centrale, ma lui lo sapeva che i soldi erano spariti e che li avevano fatti sparire i bancarottieri dell'Ambrosiano".

L'ex editore, "tre ordini di cattura, 13 mesi di carcere, sei procedimenti e sei assoluzioni", riassume cosi' quei 26 anni impiegati a dimostrare che "con le operazioni condotte da Tassan Din, Gelli, Ortolani e Calvi non avevo nulla a che vedere". Ora, si prepara all'ennesima battaglia giudiziaria. Stavolta, pero', in un ruolo diverso. A meta' giugno dovrebbe tenersi la prima udienza del processo che ha intentato contro gli eredi della cordata finanziaria (tra gli altri, Fiat, Mediobanca, Montedison, l'industriale Arvedi e la finanziaria Mittel di Bazoli) che nel 1984 rilevo' la Rizzoli e il Corriere della Sera per 9 miliardi, a fronte di una valutazione che oscillava tra i 270 e i 440 miliardi. Rizzoli chiede un risarcimento di 650 milioni di euro.

Aspettative? "Che venga seguita una linea di giustizia e verita': che mi venga data giustizia e venga ricostruita la verita', perche' finora non e' emersa. Sono emersi pezzi di verita', ma un disegno completo di quello che e' accaduto e dell'operazione speculativa condotta a freddo, per prendere il controllo del Corriere della Sera, infischiandosene di incarcerare un innocente e perseguitare la sua famiglia, tutto questo ancora non e' emerso con chiarezza".

Rizzoli chiede chiarezza su una vicenda che, a suo giudizio, ha avuto vari "beneficiari" e a vario titolo: "In prima istanza Tassan Din, Ortolani e Gelli, che incassarono il denaro destinato all'aumento di capitale della Rizzoli; poi i beneficiari che hanno in qualche modo messo le mani su un patrimonio colossale, pagandolo praticamente zero".

"E questi -conclude Rizzoli pesando ancora con cura le parole- sono quegli azionisti della Rcs che fecero quell'operazione finanziaria di acquisizione, da una parte comprando dai custodi giudiziari che vendettero come Ponzio Pilato, lavandosene le mani, e dall'altra parte, minacciando me di un nuovo arresto in caso mi fossi opposto: per un malato di sclerosi multipla come me, la prospettiva di un nuovo arresto suono' come una condanna a morte e io dovetti chinare il capo".

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ugc
Senzio ha scritto (16/05/2010 - ore 06:02) segnala un abuso
ugc
Intrighi di questo genere debbono fare riflettere chi ha nelle mani il potere economico e politico. Noi poveracci nell'insieme siamo in fondo le vere vittime.
ugc
ugc